Ultimo giorno dell'anno. Mentre ancora non so se andare a sentire (argh) Gigia D'Alessio stasera (ri-argh), rifletto su una cosa successa ieri.
A mio modo, un altro drabble.
Buon inizio d'anno a tutti ^_-
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La piccola sala è gremita.
Parenti orgogliosi, amici curiosi, celebrità cavillose.
Tra scatti rubati e ombre sul selciato, affetti perduti e pienezze trovate, eccolo là il tuo mondo, mi scorre davanti.
E’ una ricerca di senso, un sorriso un po’ storto.
Sono pensieri aggrovigliati alla mercè di tutti.
Tu ti muovi con grazia, come sai fare.
Stringi mani, dimentichi un nome, ringrazi tutti e sorridi, ma tremi di ansia.
Lo sento nelle tue mani fredde, nel tuo abbraccio forte. Forse troppo.
Come tornare a casa, mormori.
Stupore, poi occhi bassi.
Non so.
In quella casa, io, non torno da troppo tempo.
“E’ nella natura dell’uomo cercare la bellezza delle cose”
Cercare la bellezza, vedere la bellezza.
Vedere.
Sono due verbi che mi si addicono parecchio da un po’.
Cercare di capire, di darsi da fare, di lavorare sodo per raggiungere alcuni obbiettivi. Cercare e basta.
Cercare che cosa poi? E’ banale rispondere “un posto nel mondo?”
Forse sì, sa un po’ di fiction melensa e melodrammatica. Però non è del tutto falso.
Un’amica va via, parte per lavoro, se ne va lontano. Ti dispiace un po’ che vada. Hai condiviso fatiche e aspettative, sogni e pensieri, preoccupazioni, “ansie” e risate. Quante risate! E che feste!II
Insomma, non sarete amiche del cuore, ma nel cuore te la porti volentieri, lei e il suo sorriso, il modo buffo e tenero che ha di strizzare gli occhi se l’emozione è forte.
Di certo ti mancherà, anche se al giorno d’oggi mail e telefono permettono di sentirsi spesso.
Ma non è questo: non parte militare, la rivedrai, e andrà a lavorare, a realizzare un pezzetto di sogno per cui ha tanto faticato, con concentrazione, dedizione, attenzione e passione. Non sarà tutto facile all’inizio, ma sai che se la caverà bene perché è forte ed è in gamba.
Ma non è questo.
Un paio di giorni fa una mail diceva che siamo un po’ tutti ad una svolta importante delle nostre vite, chi più chi meno, ma tutti. E’ vero. Chi ha completato gli studi, che li completerà a breve, chi, come me, ne ha terminato una parte, sudata e sperata. Chi va via per lavoro, chi è già via per lavoro, chi si mette in gioco per la prima volta e chi vorrebbe “sistemarsi”, se Dio vuole.
E poi è l’ultimo anno di triennio, già si profilano nuove strade mentre ancora questa è da completare.
La verità è che, davvero, stiamo crescendo.
Sembra strano, ma poco a poco anche noi siamo diventati grandi. E i sogni iniziano a diventare progetto, e il progetto comincia a costare fatica.
Un po’ desta malinconia questo pensiero. Fa pensare al mondo perduto, all’infanzia felice ormai lontana e forse è normale provare quel sentimento indefinito e indefinibile che possiamo chiamare malinconia per certe affinità, ma non è proprio la stessa cosa, perché c’è anche il lato che si apre alla speranza, alla felicità.
E’ il timore e nello stesso tempo la voglia che genera la novità. Il metter fine ad un’epoca ed iniziarne un’altra, e alla paura, alla tristezza, alla malinconia si affianca inevitabilmente l’esultanza, l’eccitazione, il non veder l’ora di cominciare.
Cercare e vedere.
Cercare di capire. Qual è la tua strada?
Vedere cosa succede. Attendere che le cose facciano il loro corso.
Cercare, impegno.
Vedere, attesa.
C’è bellezza a questo mondo.
E c’è il cambiamento. E il bello è anche questo.
L’estate di quest’anno è stata lo scenario per un’esperienza forte e bella, non saprei davvero come definirla altrimenti, esperienza che ha visto protagonisti me e altri quarantadue ragazzi (più autista) dell' Azione Cattolica della Diocesi di Cosenza, in pellegrinaggio sulle strade della Sicilia.
La vera protagonista, forse, è stata proprio questa terra con le sue tinte forti e i suoi contrasti accesi.
Chiaramente loro ci descrissero brevemente l’episodio, ma in modo così vivo che mi è rimasto a lungo impresso. Ci ho lavorato un po’ su ed è venuta fuori questa storia. E’ la mia personale rivisitazione di quello che è accaduto, che conosco solo a grandi linee.
Per quanto mi ispiri a fatti davvero accaduti e a persone realmente esistenti, il mio non è un articolo di cronaca. Rimane sempre un racconto, e la finzione e l’immaginazione giocano un ruolo importantissimo nella sua creazione. Nonostante ciò, il mio intendo è anche quello di raccontare, in modo forse inconsueto, un’esperienza vissuta, un ambiente con cui sono venuta brevemente a contatto, ma in cui si muovono e agiscono persone la cui opera merita di essere conosciuta, perché le parole servono, ma una scala di pietra serve anche di più.
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La brutta scala

Salvo si girò e vide arrivare la macchina rossa e un po' scassata che da anni portava in giro le sorelle del quartiere. L'auto si fermò, e la suora alla guida spense il motore.
Poi si aprì lo sportello del passeggero, e ne uscì la suora alta, quella col sorriso sempre addosso. Appena lo vide lo salutò con la solita allegria.
Salvo alzò la testa in un cenno di saluto, ma con discrezione. Lo conoscevano, sì, e lui qualche volta era pure andato a trovarle in quel loro centro dove si davano da fare come matte, chissà poi perchè, ma non era loro amico. Certo, in fondo gli stavano simpatiche, perciò un cenno del capo poteva andare anche bene.
"Ehi Salvo, che fai oggi che non sei a scuola?"
Salvo alzò le spalle. Come se ci andasse spesso, lui, a scuola.
"Ce la dai una mano a scaricare?"
Non rispose, ma si avvicinò lo stesso all'auto.
La suora con gli occhi azzurri, quella che guidava, aveva aperto il bagagliaio e si affannava per tirarne fuori qualcosa. Quando fu arrivato abbastanza vicino vide di cosa si trattava.
Pietre.
Enormi, polverose, verdi pietre trovate chissà dove.
Bè, trovate probabilmente alla discarica sotto il ponte, dove si poteva trovare di tutto, dai vecchi materassi, ai mobili sfasciati, ai giocattoli buttati ancora mezzi interi. Dove si poteva trovare anche l'amore, gli aveva detto una volta suo nonno, quando era piccolino. Che cosa volesse dire poi, Salvo non l'aveva mai capito.
"Sono dei gradini" disse la suora sorridente, come se lui le avesse chiesto qualcosa.
"Queste sono solo pietre, veramente" e anche piuttosto brutte, ma questo non lo disse. Gli dispiaceva offenderle, tutto sommato.
"Sì, ma diventeranno presto dei gradini" rispose l'altra suora, quella con gli occhi azzurri.
"Gradini di cosa?" chiese Salvo, stavolta incuriosito. Quelle suore erano proprio strane certe volte. "La scala ce l'avete già, l'avete fatta nuova da poco."
"Ma queste non sono per il palazzo, sono per il campetto."
Istintivamente, Salvo si voltò verso il campetto di terra alle sue spalle, quello in cui stava giocando prima che le suore arrivassero.
"E a che servono? Non c'è mica tanto da salire" ribatté senza pensarci.
La suora con gli occhi azzurri sorrise e guardò l'altra, che fece una piccola risata.
"E' vero, ma quando piove diventa tutto fangoso e si scivola" disse quella. "Ti ricordi quel tuo amico che si è fatto male quest'inverno?"
"Peggio per lui, non ci doveva venire qua. Lui abita da un'altra parte."
"Non dire così, anzi, non avevate fatto amicizia?" disse la sorella con gli occhi azzurri, fissandolo con la sua solita espressione a metà tra il curioso e il bonario. "Stavate sempre insieme, lui, te e tuo fratello, ricordi? Adesso non lo mandano più i suoi..."
Salvo scrollò le spalle e girò la testa da un'altra parte. Gli dava fastidio quando una delle suore lo guardava dritto negli occhi, sembrava sempre che gli leggessero cosa gli passava per la testa.
E quelli, fino a prova contraria, non erano fatti loro.
Senza dire niente iniziò ad allontanarsi.
"Bè? Non ci dai una mano?" gli urlò dietro una delle due suore.
Salvo nemmeno si girò, ma si mise a correre il più velocemente possibile, lasciando lì le suore con la loro macchina scassata e le loro brutte pietre polverose.
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Era stata dura, ma suor Elena cominciava ormai a pensare che stavano diventando esperte 'muratrici' lei e le sue compagne. Ed anche imbianchine e idrauliche e meccaniche e traslocatrici, all'occorrenza.
In ogni caso, la scala era venuta su proprio bene.
Certo, esteticamente parlando forse non era il massimo, ma, quantomeno, era utile allo scopo. Il dislivello dalla strada al campetto non era molto grande, ma era pur sempre fatto di terra, e con la terra era facile scivolare, anche se era asciutta. Invece così non c'era più pericolo, o almeno lo speravano.
Di sicuro i ragazzini del quartiere avevano apprezzato. C'era stata addirittura una bambina che aveva fatto loro i complimenti per il lavoro.
Salvo non aveva detto niente, invece, sempre con l’aria di chi è in lotta col mondo intero e guai a farsi scappare una parola. Ma piano piano suor Elena cominciava a capirlo. Sarebbe passato del tempo, e poi, un giorno, avrebbe iniziato a giocare su quella scala esattamente come gli altri bambini, ma solo quando loro, le suore, non potevano vederlo.
Stava pensando giusto questo, quando arrivò con l'auto davanti al campetto.
Capì subito che c'era qualcosa che non andava, perchè non c'era anima viva, eppure era mattinata inoltrata.
Parcheggiò e vide arrivare anche suor Marilena, di corsa, dal palazzo.
Ecco.
Era successo.
Ovviamente.
Anzi, era strano che non fosse successo già prima, visto che le cose dovevano farle sempre due o tre volte prima di riuscire a farle accettare. Non era questione di cattiveria, era solo un modo per far capire loro che, in fondo, erano solo di passaggio.
C'era ancora molta gente che la pensava così, ma fortunatamente molta altra cominciava a pensare che forse otto anni non erano poi tanto 'di passaggio'. E loro stavano là già da otto anni.
"Hai visto?" chiese suor Marilena.
"Eh, ho visto sì" rispose lei, guardando con un sospiro tutta quella pietra fracassata che formava una specie di macchia strana sopra la terra chiara.
Evidentemente otto anni non erano ancora abbastanza per chi aveva fatto a pezzi la loro scala.
Continua...